Cosa sono le microplastiche? Domande e risposte

L’inquinamento che deriva dai rifiuti plastici è ormai diventato un problema globale, talmente grave che sembra quasi non conoscere battute d’arresto. Oggi la diffusione di plastica e la sua dispersione nell’ambiente è diventata così massiccia da toccare persino angoli paradisiaci e molto remoti del nostro Pianeta.

L’inquinamento plastico sta diventando un fenomeno negativo dalle ripercussioni potenzialmente disastrose su più livelli: l’ONU ha definito l’inquinamento da plastica una delle più grandi minacce in assoluto per il nostro Pianeta e, se non verranno presto presi seri provvedimenti, probabilmente diventerà la sfida più grande che l’umanità dovrà affrontare.

L’analisi dei dati raccolti dagli scienziati e le loro continue ricerche ormai richiedono una continua e attenta cooperazione politica tra i vari Stati, impegnati a risolvere questo problema. Per affrontare il problema gli Stati devono però impegnarsi anche a garantire la fruizione di importanti sovvenzioni economiche: oggi la situazione è diventata talmente delicata da richiedere necessariamente la realizzazione di una cooperazione che può vedere solo nel dialogo e nei compromessi la sua realizzazione.

Ecco qui di seguito una lista di domande e risposte sulla plastica e sull’inquinamento da essa provocato.

microplastics

Sono frammenti piccolissimi di plastica, quasi invisibili, formati in seguito alla frammentazione di prodotti magro-plastici. Generalmente, quando si parla d’inquinamento da plastica si fa riferimento alle microplastiche diffuse in ambiente marino e terrestre.

Cannucce, piatti e posate, sacchetti e bottiglie, tutte di plastica, vengono ridotte in corpuscoli o frammenti in un arco di tempo molto esteso: la frammentazione è originata non solo dalle alte temperature o dall’effetto dei raggi ultravioletti ma anche dal movimento delle onde, dalla forza del vento e dall’azione dei microbi. L’insieme di queste con-cause stimolano, o se si preferisce, facilitano la disgregazione di questi prodotti (composti) plastici in piccolissimi pezzi che si disperdono nell’ambiente circostante, inquinandolo.

Generalmente si parla di microplastiche quando il frammento è inferiore ai 5 millimetri di dimensione. L’uomo ha catalogato e individuato due tipi di microplastiche: primarie e secondarie.

primary microplastics

Le microplastiche primarie sono particelle di plastica prodotte intenzionalmente dalla filiera industriale. Solitamente vengono utilizzate per prodotti cosmetici o per la pulizia della casa. Sono utilizzate per aumentare l’“azione abrasiva” dei prodotti per cui sono state studiate, come, ad esempio, i detersivi per i piatti o, addirittura, per i dentifrici. In questi specifici casi le dimensioni delle microplastiche primarie è molto ben al disotto dei 5 millimetri anzi, spesso si parla di “frazioni di millimetro”, quasi impossibili da vedere a “occhio nudo”.

Materiale ampiamente discusso e criticato, le aziende produttrici, negli ultimi anni, hanno ridotto considerevolmente il loro impiego ma ciononostante molti prodotti di uso comune vengono ancora “arricchiti” da microplastiche primarie.

primary microplastics

Le microplastiche secondarie si formano durante l’uso o il non corretto smaltimento di oggetti di plastica. I frammenti plastici che derivano dall’uso o dal lavaggio di vestiti sintetici oppure derivanti dal consumo e attrito dei pneumatici sono tipici esempi. Si pensi all’acqua di scarico delle nostre lavatrici che, a seguito di un carico di lavaggio di felpe o magliette, può contenere addirittura diverse migliaia di corpuscoli di plastica che vengono, durante lo scarico, immessi nell’ambiente.

Il rifiuto plastico, nella c.d. fase di “decomposizione” (che può durare anche decenni), può trasformarsi da macroplastico a microplastico (si pensi, ad esempio, al danno che la decomposizione di una bottiglia di plastica gettata nel mare può provocare). In realtà sono molto semplici le azioni che servono per un corretto smaltimento e riutilizzo degli oggetti di plastica che ogni giorno siamo abituati a usare; azioni che, se ripetute da tutti diligentemente, diminuirebbero notevolmente non solo il volume di microplastiche secondarie ma anche e soprattutto diminuirebbero il loro devastante impatto ambientale.

plastic produced

L’utilizzo di plastica, in particolare per il confezionamento di prodotti industriali, ha subìto un incremento notevole a partire dal secondo Dopoguerra. Un prodotto di facile lavorazione ed economico che, in molte situazioni, ha fornito dei veri e propri vantaggi all’umanità, ma la sua continua e inesorabile produzione in questi decenni ha generato pesanti conseguenze a livello d’inquinamento (appunto, i rifiuti plastici).

Una ricerca pubblicata su Science advances, ha calcolato che solo nel 2016 la produzione di plastica globale è stata di 422 milioni di tonnellate e che la produzione globale di rifiuti di plastica, sempre nello stesso anno, è stata di 242 milioni di tonnellate.

Un’altra recente ricerca pubblicata dalla Pew Charitable Trusts (un’organizzazione non governativa americana) ha calcolato che la quantità di plastica che oggi finisce negli oceani potrebbe diminuire di circa l’80% se solamente l’uomo iniziasse ad utilizzare correttamente tutti gli strumenti e tutta la tecnologia a sua disposizione ma, purtroppo, vuoi per inerzia, vuoi per interessi economici, non è così. Lo stesso studio ha anche evidenziato che al momento attuale le attività umane riversano in mare circa 11 milioni di tonnellate di plastica ogni anno e che, se non si interviene subito, queste diventeranno tranquillamente di circa 30 tonnellate entro il 2040.

La stessa ricerca ha voluto però sottolineare anche un dato di fatto, ovvero una verità di fondamentale importanza e significato che dovrebbe servire per far riflettere tutti: non esiste purtroppo una soluzione vera e propria al problema, l’importante è far convergere più soluzioni nella stessa direzione, ovvero creare consapevolezza nelle persone e correggere le abitudini di tutti quanti; più attenzioni e più cooperazione su più fronti per diminuire la produzione di materiali plastici, sicuramente bisogna migliorare le fasi di raccolta differenziata, smistamento e smaltimento dei rifiuti.

sand toy

Il problema legato all’inquinamento da microplastiche è oggi molto dibattuto da scienziati e medici. Mentre il danno ambientale è comprovato ancora poche sono le conclusioni che misurano e certificano l’effettivo danno che questo tipo di inquinamento può provocare al nostro corpo e alla nostra salute.

Molti studi, però, si sono concentrati sull’estensione geografica del problema per capire non solo l’origine ma anche la concentrazione di questo problema. Di seguito proponiamo un elenco di tutte le ricerche e i luoghi in cui l’indagine è stata proattiva.

Semplificando, possiamo comunque già affermare che l’inquinamento da microplastiche è un problema mondiale: ciò significa che le possibili conseguenze saranno mondiali e influenzeranno tutti gli abitanti del Pianeta. Solo attraverso un “dialogo mondiale” sarà possibile raggiungere reali soluzioni:

  • alcuni ricercatori dell’Università Statale di Milano e quella di Bicocca hanno realizzato una ricerca realizzata nel Parco Nazionale dello Stelvio. I risultati hanno registrato la presenza di ben 75 particelle di origine plastica per ogni chilogrammo di sedimento: un risultato allarmante. Maggiori informazioni.
  • il problema legato all’inquinamento da microplastiche è così diffuso e impattante che una ricerca ha dimostrato la presenza di frammenti plastici anche nel sale da cucina. Per maggiori dettagli.
  • difficile anche solo immaginarlo ma numerose tracce di microplastiche sono state ritrovate pure nei ghiacci artici. Ecco lo studio.
  • uno studio eseguito dai ricercatori dell’Universidad de Almerìa (Spagna), ha trovato tracce di microplastiche sul corpo delle api da miele e, conseguentemente, nel miele successivamente ottenuto (i siti di osservazione sono stati: la città di Copenaghen e le zone periferiche adiacenti, come le campagne danesi). Scopri maggiori dettagli.
  • uno studio condotto dal Centro di ricerche oceaniche e atmosferiche dell’Università giapponese di Kyushu ha voluto semplicemente dimostrare che i numeri correlati all’inquinamento da microplastiche possono, in realtà, essere nettamente superiori rispetto a ciò che oggi si crede.Scopri maggiori dettagli.
health food and plastic

Si parla di microplastiche quando i frammenti sono di dimensioni inferiori ai 5mm ma quando le dimensioni sono sotto lo 0,1 micrometri si parla di nano plastiche. In questo secondo caso l’inquinamento è ancora più insidioso perché trattasi di un “inquinamento non visibile”; minuscoli corpuscoli di plastica invisibili o quasi all’occhio umano e, purtroppo, i fiumi, i laghi, i mari e gli oceani ne sono pieni. Le nano plastiche, proprio perché invisibili, ci inducono a sottovalutare il problema: si pensa che sia una cosa che non ci riguarda da vicino solo perché non la vediamo o non la “tocchiamo” direttamente, in realtà la minaccia esiste ed è anche più potente.

Diversi studi hanno testimoniano la gravità di questo particolare tipo di inquinamento perché può arrivare anche sulle nostre tavole attraverso il cibo che mangiamo. Molte pietanze che abitualmente mangiamo (pesce, carne, latte e birra o miele, per citarne alcuni), oggi più che mai, sono potenzialmente inquinate proprio da frammenti di micro e nano plastiche e, in alcune circostanze, anche l’acqua stessa che beviamo. Purtroppo il legame tra catena alimentare e inquinamento da plastica monouso, soprattutto oggi, è diventato molto stretto.

straws

Oggi, essendo diventato molto stretto il legame che esiste tra la filiera che porta cibo e acqua sulle nostre tavole e l’errato smaltimento del materiale plastico utilizzato, l’inquinamento da microplastiche ha raggiunto volumi davvero allarmanti. Ecco che gli scienziati, i ricercatori e i medici di tutto il Mondo hanno iniziato a studiare il fenomeno per indagare e misurare quante microplastiche l’uomo possa ingerire e, quindi, capire quali sono le possibili conseguenze dal punto di vista “salutare”.

Il problema c’è ed esiste e non è più nemmeno messo in discussione: è ormai comprovato che nell’acqua che giornalmente beviamo sono presenti, anche se in quantità infinitesimali, le microplastiche. E’ altresì risaputo e dimostrato che le microplastiche sono presenti in grandissime quantità anche e soprattutto sui fondali marini di mari e oceani (e non solo nelle acque superficiali). La plastica è addirittura presente sulle nevi e tra i ghiacci dell’Artico e nelle montagne, anche in quelle più alte, come l’Everest.

Analizza in dettaglio i risultati della ricerca e scopri quanta plastica l’uomo ingerisce in 7 giorni (circa 5 grammi). Ecco i dettagli della ricerca.

tap water containing plastic fibers

water bottle

La risposta a questa domanda non è scontata perché sono molti i fattori e le variabili da considerare. La risposta, quindi, non può essere assoluta e universalmente valida.

E’ stata pubblicata sull’ Environmental Science & Technology una ricerca realizzata in Canada dall’Università di Victoria che ha dimostrato che l’acqua contenuta in una bottiglia di plastica può tranquillamente contenere circa 22 volte i quantitativi di microplastiche rispetto a quelle contenute e registrate nell’acqua della rete domestica. Utilizzando dei numeri più precisi si può affermare che le persone che regolarmente consumano acqua contenuta nelle bottiglie di plastica ingeriscono circa 130 mila frammenti o fibre di plastica nell’arco dei 12 mesi solari mentre, nello stesso arco di tempo, chi consuma acqua prelevata dal rubinetto ingerisce circa 4 mila frammenti e fibre di plastica.

Bere acqua dal rubinetto, quindi, non è solo veloce, pratico, comodo ed economico ma, soprattutto, riduce la produzione di ulteriori rifiuti plastici ed è più conveniente dal punto di vista “salutare”.

plastic ingestion from nature to people

recycle plastic bottle

Lo smaltimento della plastica è diventata una pratica fondamentale. Attraverso un corretto smaltimento è possibile ottenere nuovi oggetti/prodotti ma, forse, quello che la maggior parte di noi non sa è che dallo smaltimento si può ottenere anche energia, calore ed elettricità.

Quando i rifiuti plastici non vengono riciclati per la produzione di nuovi oggetti, vengono utilizzati per la produzione di energia. La “termovalorizzazione” è il processo attraverso il quale i rifiuti di plastica vengono usati come combustibili: bruciando si convertono in energia.

Oggi sono due le principali tecniche di riciclaggio:

  • il riciclaggio meccanico: sta diventando fortunatamente consuetudine riutilizzare la plastica ma quella che non può più essere riutilizzata viene lavorata meccanicamente e termicamente per diventare materiale idoneo per la realizzazione di nuovi oggetti;
  • il riciclaggio chimico: consiste in una sorta di “produzione a ritroso”. I polimeri* che compongono il materiale plastico, attraverso un complesso sistema di lavorazione, vengono scomposti in monomeri. Praticamente questa tecnica, anche se leggermente costosa ma sempre conveniente, ricrea quasi completamente la materia prima iniziale.

*Quella che viene comunemente chiamata “plastica” altro non è che una struttura costituita da macromolecole chiamate polimeri. A loro volta i polimeri sono composti da monomeri, ovvero strutture ancora più semplici.

La cura e la salvaguardia del nostro ambiente e della nostra stessa salute passa anche e soprattutto attraverso un’accurata e diligente riduzione degli sprechi alimentari, sprechi intesi non solo come “cibo” ma anche come componenti utilizzati per il confezionamento dello stesso (materiale plastico). Il messaggio più importante che deve risaltare è legato allo smaltimento del rifiuto; ovviamente il buon senso deve guidare le persone a una gestione più consapevole sullo sfruttamento delle risorse.

most common plastic

A seconda del tipo di lavorazione a cui sono sottoposti e successivamente impiegati, i materiali plastici possono differire enormemente tra loro. Leggerezza, praticità ed economicità sono le caratteristiche che li accomunano ma, nella realtà, non esiste un solo “tipo” di plastica. La plastica è un materiale semplice da lavorare e questo facilita la sua produzione a scala industriale.

Le plastiche più comuni negli oggetti che usiamo quotidianamente sono:

  • polietilene (PE): utilizzato principalmente per creare sacchetti, cassette, nastri adesivi, bottiglie, sacchi per la spazzatura, tubi, giocattoli, etc…;
  • polipropilene (PP): utilizzato soprattutto per contenitori per alimenti, flaconi e arredamento;
  • cloruro di polivinile (PVC): impiegato spesso nella produzione di pellicole isolanti, infissi e tubi;
  • polietilentereftalato (PET): usato generalmente per le bottiglie di acqua e bibite, ma anche per la creazione di indumenti;
  • polistirene/polistirolo (PS): molto usato per le vaschette di alimenti, imballaggi e confezioni, ma anche posate e piatti.

Guarda questo video che spiega la correlazione tra microplastiche e cibo che consumiamo.

plastic pollution

La plastica è stata ed è uno dei materiali più utilizzati dal dopo guerra ad oggi per la produzione di oggetti di qualsiasi genere e utilizzo. Anche attraverso uno sguardo “poco attento” ci si può tranquillamente accorge quanto le nostre abitazioni siano “costellate”, nel vero senso della parola, da oggetti di plastica: sedie e tavolini, palette, scope e cestini, ma anche bicchieri e piatti, vasi, cornici e fotografie, penne e quaderni, giocattoli e oggetti tech, ma pure le confezioni delle merendine o degli snack dei nostri figli che popolano le mensole della cucina….ecc, ecc… .

Gli oggetti usa e getta (soprattutto cannucce, bottigliette, sacchetti, piatti e posate) rappresentano un’importante percentuale di rifiuti plastici e sono quelli che inquinano di più i nostri mari. Oggetti di uso “abitudinario” che in realtà possono essere sostituiti da varianti non in plastica, durevoli nel tempo e per più utilizzi (un esempio su tutti, le bottiglie di vetro). Il problema legato all’uso e allo smaltimento della plastica monouso ha recentemente visto l’intervento dell’Unione Europea che ha messo al bando, a partire dal 3 luglio 2021, proprio l’uso della plastica monouso.

microplastics

Le ricerche scientifiche e mediche che stanno indagando su questo delicato tema sono ancora poche. Tra le altre cose, un aspetto da non sottovalutare è la possibilità che alcune conseguenze legate all’intossicazione da plastica non possano manifestarsi in un breve lasso di tempo. Ad oggi è ancora molto complicato elencare con precisione le conseguenze che l’inquinamento da microplastiche può avere sulla nostra salute. Quindi, ottenere le prime risposte e registrare più precise considerazioni sugli effetti negativi potrebbe richiedere molto tempo: bisogna incrociare più dati provenienti da periodi storici differenti e non sempre una ricerca ben fatta può essere ideata e svolta in pochi mesi.

Oggi però la comunità scientifica è unanime nel ritenere e condividere un dato certo: l’uomo ingerisce una quantità considerevole di plastica su base settimanale e ciò avviene tramite alimenti, aria e acqua. Nel 2021 è stata pubblicata su Science una ricerca realizzata dall’Università di Utrecht che ha studiato e monitorato le cellule polmonari in seguito al contatto con micro-frammenti di plastica. Leggi le conclusioni di questa ricerca.

biodiversity and plastic pollution

La plastica è ormai onnipresente, anche e soprattutto sottoforma di minuscoli frammenti. Essa può alterare un intero ecosistema, creando minacce e conseguenze permanenti, sia per la fauna che per la flora.

Purtroppo le microplastiche presenti nei fiumi, mari e oceani sono facilmente ingeribili dai pesci e animali marini che popolano questi habitat. Spesso le microplastiche vengono scambiate dai pesci come cibo e quando ciò accade la plastica entra inevitabilmente nella catena alimentare. Questo significa che, prima o poi, le microplastiche ingerite dai pesci arrivano sulle nostre tavole e noi nostri piatti e, quindi, nel nostro corpo.

Le microplastiche (e soprattutto le nano plastiche), essendo molto leggere e quasi invisibili a occhio nudo, vengono con estrema facilità trasportate dal vento e dalle nuvole ricadendo al suolo con temporali, piogge e/o nevicate. Ecco perché è facile trovare plastica anche negli angoli più remoti e difficilmente accessibili all’uomo stesso.

Inoltre le nano plastiche riescono, con estrema facilità, a penetrare nel terreno in grandi profondità, fino a raggiungere le falde acquifere, proprio quelle dalle quali l’uomo attinge l’acqua potabile.

water microplastics

Nelle metropoli e, più in generale, nei grossi centri abitati, la rete idrica è oggi ben costruita e strutturata; l’acqua che arriva nelle nostre case è mediamente buona e di qualità. Del resto, in una società moderna gli standard degli acquedotti comunali devono rispettare parametri molto stringenti. Ovviamente stiamo parlando di Paesi che hanno raggiunto un livello standard “medio” di qualità di vita perché purtroppo, ancora oggi, in molte altre parti del Mondo l’acqua non è facilmente reperibile e quella poca disponibile è di scarsa qualità.

Anche se su questo secondo aspetto molto ci sarebbe da dire proviamo a dare una risposta alla domanda in oggetto:

i controlli di sicurezza sono molto puntuali nel segnalare anomalie e incongruenze così l’acqua del nostro rubinetto, che usiamo per cucinare e bere, non solo è comoda e sempre disponibile ma anche pulita e sana. Ciò nonostante, l’acqua del rubinetto può risultare non gradevole al gusto proprio perché disinfettata e ripulita. E’ “colpa” del cloro presente nell’acqua che rende il sapore un po’ sgradevole (proprio perché viene aggiunto per renderla più sicura e pulita). Per quanto invece riguarda le microplastiche non sempre vengono filtrate e bloccate dai depuratori comunali; inoltre, anche se venissero filtrate, il lungo percorso che collega l’acquedotto al nostro rubinetto potrebbe essere ulteriormente contaminato da altre microplastiche o scorie di diversa natura. Purtroppo, in questo caso, l’inquinamento è quasi totalmente invisibile ed inevitabile.

In ogni caso, per ridurre ed eliminare le microplastiche dell’acqua di casa nostra, oggi in commercio si trovano depuratori e filtri progettati ed ideati per bloccare questi frammenti. Generalmente i filtri sono a “fibre cave” che hanno la funzione di bloccare anche i più minuscoli corpuscoli e scorie estranee e fornire acqua sana e pulita.

La salute del pianeta è anche la nostra: esplora planethealthcheck.com per scoprire come agire più concretamente per preservare questo fondamentale patrimonio.

È necessaria maggiore consapevolezza
sulla salute del nostro pianeta per
preservarlo per le generazioni future.

Abbiamo solo una casa.
Faremmo bene a prendercene cura.